In occasione dei suoi 10 anni di permanenza a Milano, Alessio Cardenia (Locri, 1995) organizza la sua prima retrospettiva dal titolo Work in Regress (inaugurazione sabato 20 luglio alle ore 18). L’opera d’arte nell’epoca della maledizione sociale, a cura di Nicoletta Biglietti; una mostra in cui il superamento degli steccati disciplinari restituisce una visione epistemica della società. Una “visione” che nulla trascuri, ma che “tutto” celi. Che nulla manifesti, ma che tutto disveli.
La retrospettiva, che intende ripercorre le tappe fondamentali della carriera artistica di Cardenia, prende vita in un luogo — la casa — che in questi anni è stato sia sede di incontri professionali e personali sia centro generativo di idee e progettualità che hanno contribuito a formare la personalità e la poetica di un artista che potrebbe dirsi “maledetto”. “Maledetto” — in senso ovviamente positivo — perché attraverso le sue opere genera un turbamento emotivo nel fruitore per disvelare i dettami di una società contemporanea in cui l’hic et nunc — il qui e ora — si fa specchio di un anelito vitale odierno sempre più improntato ad una “superficie” piuttosto che ad una profondità. Ad un’immediatezza comunicativa piuttosto che ad una riflessione completa e totale.
Uno “specchiare specchiandosi” che all’ideale di mera contemplazione estetica propone un’arte che non si separi dalla vita, ma che, anzi, ne sia la continuità. Ne sia il “proseguire”. Un prolungamento da cui si origina e da cui desidera “tornare” — seppur sotto “mentite spoglie”. Quelle mentite spoglie che portano l’artista a mettersi sullo stesso piano del fruitore creando dei veri e propri tutorial visivi per guidare nella creazione di opere basate su quella che si potrebbe definire la maledizione sociale del “potevo farlo anche io”.

Un aspetto, quest’ultimo, che non trascura in realtà l’orizzonte di mistero insito nella personalità
dell’artista. In quel disvelare — talvolta celando o, di per contro, rendendo manifesto — che supera la divisione scissica tra le arti, per delineare una nuova estetica; una nuova conoscenza del reale che non si limiti ad una restituzione della superficie del visibile, ma che affondi le proprie radici in quei i binomi esegetici propri della poetica di Cardenia. Ed ecco allora che il sacro e profano, il costume e lo smascheramento, il vero e il fake, si fanno medium di una ricerca artistica che non intende giudicare la realtà, ma raccontarne una visione personale attraverso le opere. Una visione che spesso, però, si riscopre collettiva e plurale, delineando quindi un linguaggio artistico che si spinge oltre i confini tradizionali.
Perché se un manufatto artistico — come scriveva anche Benjamin nel testo intitolato l’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica — è sì chiamato soddisfare l’esigenza di suscitare una “pubblica indignazione”, non bisogna dimenticare che l’altra faccia dell’indignazione è l’ammirazione. E dunque se un turbamento si può generare nell’animo del fruitore alla vista delle opere di Cardenia è perché esse — nascendo dall’ambito sociale per farvi ritorno — sono specchio di una realtà che può generare indignazione ma anche ammirazione. In un contesto che nulla sembri trascurare, ma che “tutto” celi. Che nulla manifesti, ma che tutto sveli.
